KAMPOT E DINTORNI: LE ISOLE DELLA CAMBOGIA

Viaggio tra isole e parchi cambogiani

kampot
Koh Tonsay (Rabbit Island)

Arrivati a Kep non ci facciamo mancare per cena un granchio, vera specialità della zona e del  mercato a Kep.


Il giorno dopo via in barca verso Koh Tonsay (Rabbit Island), prendiamo un bungalow a 10 metri dal mare per iniziare a goderci un po’ di relax dopo i molti chilometri macinati in Cambogia.  In questo paese capirete veramente il significato della parola “stile spartano”, per 6-7 dollari a notte avrete un bungalow per 2 persone con doccia fredda, letto e rete contro le zanzare e insetti. Acqua verde smeraldo, palme da cocco, chioschi sulla spiaggia, cucina magnifica, cielo stellato mozzafiato e relax totale….ecco Koh Tonsay.

Dopo una notte sull’isola torniamo a Kep per riprendere gli zaini nella hall dell’ostello e via verso Kampot, questa volta in tuk tuk, poco più di un’ora sobbalzando tra i crateri delle strade e arriviamo in un ostello gestito da australiani, atmosfera tipicamente hippie e terrazza sul fiume che scorre lento come la vita da queste parti del mondo. Camere piene, 2 posti disponibili “open air” come dice il ragazzo cambogiano alla reception.

Bokor national park, Cambogia
Bokor national park, Cambogia

Praticamente per 3 dollari 2 materassi sulla veranda di un balcone in mezzo alla foresta e una rete per gli insetti. Accettiamo senza indugi e pronti per la sera.  Mangiamo in un ristorante frequentato da locali, ottima cena, inglese abbozzato e tanti sorrisi come al solito. La mattina affittiamo gli scooter e optiamo per una gita al Bokor National Park per vedere alcune cascate (ahime senza poterci tuffare)  e un vecchio casinò abbandonato dopo l’occupazione francese. Nel parco ci sarebbe un percorso che però non è possibile fare “fai da te” ma solo con la guida. Tornando a Kampot sosteniamo la prova di guida senza regole, percorso cittadino….sensi vietati, sorpassi a destra, nessuna freccia, 3-4-5 passeggeri sugli scooter, continui tocchi di clacson e bagno di polvere!!! Tornati all’ostello sembriamo come Terence Hill in “Lo chiamavano Trinità”, ma questo cercavamo e,  soddisfatti e sporchi ci rimettiamo in marcia su un minivan verso Sihanoukville. Conoscendo la fama della città per i party sfrenati e turismo sessuale e dopo aver ascoltato preziosi consigli da altri viaggiatori decidiamo di andare direttamente verso Otres Beach.

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